serino“Quando cadono le stelle” 
 
C’è lo studio, l’indagine d’archivio, la capacità di cogliere il particolare, l’incavo oscuro di una storia mondana, poi c’è la scrittura, lo scrivere come verbo declinato nella sua accezione primordiale, epurato dalla prosopopea contemporanea, schivo e persino doloroso nel suo espletarsi. “Quando cadono le stelle” (Baldini&Castoldi) di Gian Paolo Serino s’iscrive nello spazio stretto di quelle opere che si pongono come pietra angolare del panorama letterario. Le vite di Pablo Picasso, Ernest Hemingway, John F. Kennedy e di molti altri protagonisti della società dello spettacolo, ci vengono offerte dentro la crudezza di un “io” personale che svela lati oscuri, pensieri tragici, debolezze ed ossessioni. Serino però non si pone come il narratore voyeur che solleva le nubi oltre le certezze della patina divina dei medesimi, egli li interpreta, anzi sarebbe meglio dire egli li vive, si muove dentro di loro, cade e si rialza, piange e si dispera. Serino scrive di loro a noi, ma lo scrittore sembra non farsi vedere perché interno per prossimità alla loro essenza. È un lavoro di scavo, raschiamento, fatica, memoria e sangue, la scrittura di Serino. Il lettore può percepire il palpitare di ogni singolo respiro, la fatica di un colpo di tosse, la follia ed il delirio di ogni personaggio narrato. Non si può prendere tra le mani “Quando cadono le stelle” senza lasciarsi trascinare dentro ogni singola storia, tentando un equilibrio, il pertugio, una via d’entrata, quella d’uscita. Serino parla a noi, di noi, probabilmente di sé, a sé. Le parole, come l’amalgama dei colori che caratterizzano un quadro, hanno sempre un interlocutore, qualcuno cui render conto. Non sono banalmente i lettori, il mercato, gli editori, la memoria. No. Lo scavo prendente altro. La scrittura quando non è compiacimento, retorica del sapere, è richiamo ancestrale, vita essa stessa. Si scrive sempre per il padre, per ridescriverlo, per formulare una narrazione che porti a termine il compimento della sua immagine.

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Hans Holbein Erasmo da Rotterdam LouvreSiate folli. Siate liberi

 

Tempi. 23 luglio 2016

di Fabio Cavallari


Leggere l’”Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam e trovarci preziosi contropiedi alla nostra epoca assillata da prevenzione e opinioni preconfezionate
 
Ci sono “titoli” che in virtù della loro mitica aura per il sol fatto di citarli sono in grado di conferire anche al lettore più svogliato quel manto di soave intellighenzia che si confà all’autore dei medesimi. Più la fatica della lettura si palesa evidente, più coloro che vi si accostano s’avvicinano a quell’ascesi intellettuale che la tesi letteraria pretende di suggerire. Poi ci sono quei libri che andrebbero letti sette volte per individuare almeno nell’ottava una qualche possibilità di comprensione. Ed infine ci sono alcuni testi che è impossibile elevare a “libri della storia” perché i loro autori nel procedere della trama sono caduti in contraddizioni, doppi sensi, opinabili paradossi, incoerenze, eccessi eccentrici difficili da sostenere. Eppure, guarda caso, sono questi quelli che ti vengono in soccorso quando l’austerità razionale del quotidiano mondano ti chiede un sussulto, una provocazione che ribalti il politicamente corretto e contemporaneamente quell’anticonformismo, falso antagonista, che s’iscrive alla perfezione nel mondo globalizzato degli indignados.
E così cade tra le mani Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam al quale, per inciso, non vanno addebitati meriti o colpe per l’usurpazione del suo nome in riferimento al tanto attuale “Erasmus”, bensì quattro o cinque idee che anche dopo decenni dall’ultima lettura, possono tornarci utili quando in fondo al barile non troviamo più molto da raschiare. Non è tanto la summa dei temi toccati da Erasmo nel 1508, in un periodo particolarmente difficoltoso per la storia dell’umanità, a incuriosire oggi, quanto l’elogio della follia quale essenza stessa di ciò che di prezioso e imprevedibile c’è nell’uomo. In un mondo pieno di satiri che si sono scordati i fondamentali della medesima arte, ci troviamo così a sorridere beffardamente ogniqualvolta l’autore finisce per parlare di noi e dei nostri incomprensibili e irrazionali comportamenti. Pensiamo al rapporto amicale.
«Non vi sembra che sia ben simile alla follia perdonare gli errori degli amici, cercar di nasconderli, ingannare se stessi su di essi e non volerli vedere, e arrivare ad apprezzare e ammirare dei vizi come gran virtù?».
E suvvia che cos’è l’amicizia, al netto dei trattati della psicologia moderna sulla corretta onestà dei rapporti, se non quell’adesione affettiva che non ha nulla di ragionevole, misurato e temperato! E vogliamo parlare della follia dell’amore?

Tempi logoA leggere cosa ha detto Vendola viene voglia di tornare un po’ comunisti

 

Tempi - 26 giugno 2016

di Fabio Cavallari

A noi militanti ce l’avevano spiegato in maniera semplice. Poi che si virasse verso il socialismo utopico o l’anarchismo rivoluzionario, la sintesi era la medesima: ove vi è lo sfruttamento di un uomo su un altro bisogna mettere in campo la lotta. Alla fine, se non era il Sol dell’Avvenire, ciò su cui bisognava tendere era almeno una società di liberi e uguali.

Ora, sappiamo tutti come è andata a finire, gli errori e gli orrori e la rovinosa caduta. Va detto però che talvolta anche gli sconfitti possono diventare il sale della storia. Accanto ai vincitori ci sono i “vinti giusti”, quelli per cui quel generoso tentativo di emancipazione umana ha rappresentato un ancoraggio ideale contro la mercificazione dell’uomo su un suo simile. È crollato tutto, ma viene da chiedersi se un poco di quella cultura non poteva salvarsi.


A dirla tutta, a leggere le parole di Vendola che rivendica la scienza come progresso e il desiderio come diritto, viene voglia di tornare un po’ comunisti, almeno per riaffermare che l’utero in affitto è solo l’ultimo stadio del capitalismo. Sino ad una decina d’anni fa, contro il lavoro in affitto si organizzavano scioperi e manifestazioni! Siamo traslati dallo sfruttamento della manodopera alla messa al lavoro del corpo umano, alla mercificazione della carne viva.


Sia chiaro, qui l’orientamento sessuale non centra nulla. Gay, etero, trans, un comunista senza tanti giri di parole, ripeterebbe ancora: ovunque ci sia un uomo o una donna sfruttati, ovunque l’uomo venga ridotto a merce è necessario mettere in campo la lotta.
E se non fosse una cosa tremendamente seria verrebbe da dire che una volta i comunisti mangiavano i bambini, mentre ora se li fanno fabbricare e poi li comprano.

“If" 

 

b ciak

Online il trailer: https://vimeo.com/169845189

“If”, prodotto dalla Moolmore Film, per la regia di Nicola Abbatangelo che ne ha scritto anche la sceneggiatura assieme allo scrittore Fabio Cavallari è un documentario che apre lo sguardo sulla vita reale di famiglie che vivono un quotidiano insolito, sicuramente diverso da quello che si respira, in genere, nelle case di ognuno. Gravi disabilità, condizioni invalidanti, la vita che scorre su binari poco battuti. Giulia, Alessandro, Daniela, tre storie che si intrecciano, sfiorandosi in un piano sequenza mai scontato o giudicante. È una sorta di affresco neorealista quello che emerge dalle narrazioni di questo documentario. “Se capitasse a me? Se fossi io…..”, “If” non offre risposte preconfezionate, panacee edulcorate o rassicuranti, ma costringe ognuno a fare i conti con la propria storia, a confrontarsi con le fatiche dei protagonisti, con i loro sorrisi, le lacrime e certezze conquistate. Fotogramma dopo fotogramma, da Bra a Pordenone, sino all’Isola d’Elba, come in un viaggio ulissiaco, “If” porta in scena quei brandelli di vita che, per paura o pudore, la società moderna tende a celare o confinare sottotraccia. Non v’è spazio per la retorica del dolore o per gli esegeti del politicamente corretto, If” pone domande, chiede attenzione, interroga ognuno.

 

 

 

 

 

amicone mercato milanoEndorsement per una libertà pericolosa (dichiarazione di voto di un amico bertinottiano)

Tempi – 3 Giugno.
di Fabio Cavallari

Amicone è uno che rischierebbe di farsi prendere a schiaffoni per inseguire un brandello di vero intravisto nel più assurdo dei suoi incontri. Anche con un ultrarifondarolo come me

 
Vivo come un dono la possibilità di esprimere il mio sostegno a Luigi Amicone. È un gesto, quello dell’endorsement, che mi dà l’opportunità di abbracciare un’amicizia e di palesarla pubblicamente. Eppure non sono ciellino, sono privo della grazia della fede, non ho mai votato un partito di centrodestra e ho fondamenta culturali che poggiano in terre ben diverse. Certo, oggi sono politicamente apolide come tanti, a tal punto da ritenere che la politica sia ormai irriformabile e il ceto politico senza alcuna possibilità di “resurrezione”. A meno che non facciano comparsa sulla scena gli “irregolari”. Soggetti talmente lontani dalla politique politicienne da apparire come schegge impazzite, ma vive, nell’ingranaggio degradato del pensiero progressista-efficentista omologato del nostro tempo.
Ebbene se c’è un “irregolare”, ma con una chiara identità, questo è proprio Luigi Amicone. Il mio sostegno, che vale quel che vale visto che non ho lustrini o stellette da barattare sul bilancino elettorale, prescinde dallo schieramento scelto (so che per lui non è così, ma io lo considero elemento del tutto irrilevante).
Quando Amicone ha spiegato la scelta di candidarsi con Parisi, ha detto semplicemente che ha conosciuto la persona, e questo gli è bastato. Ora, in campagna elettorale, queste frasi le pronunciano tutti; il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che per l’ex direttore di Tempi questa affezione alla persona rappresenta davvero la discriminante. Detto fuori dai denti, questa modalità, così desueta e antica, si chiama libertà. Attenzione, libertà non come “ideuccia” post-moderna per cui tutto si può fare, ma come quella predisposizione che ti fa dire, in antitesi con il noto pronunciamento della Costituzione francese del 1791, che “la mia libertà non finisce, ma inizia proprio lì dove inizia la tua”. Per Amicone la libertà è una relazione legata al Mistero, quindi intrinsecamente connessa con la realtà. Per Amicone il Mistero non è infatti qualcosa di cui ci occuperemo domani, o – come una certa vulgata cattolica tende ormai a declinarlo – un pensiero che dobbiamo riservare all’individuale e all’intima spiritualità: è un affare che riguarda il vivere quotidiano, il qui ed ora. Infatti se sulla strada gli si fa incontro un pluriomicida, un neofascista, un comunista o un reazionario impenitente, per lui si tratta di uomo che ha deciso di porre il suo sguardo in relazione, uno a cui si deve attenzione, cura, al di là di ciò che i suoi peccati, i suoi reati e la sua storia raccontano. Non valgono le categorie, le case di appartenenza, figuriamoci gli schieramenti!

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